Schwa e asterischi. L’italiano è una lingua maschilista?

schwa

Una lingua inclusiva con lo schwa (ə)?

Schwa, asterischi e U. Solo alcune delle idee avanzate negli ultimi anni per fare dell’italiano una lingua inclusiva. Argomento delicato da trattare, perché la società è diventata oggi per fortuna più sensibile, e per sfortuna più suscettibile su certi temi e il rischio che qualcuno si senta offeso per qualcosa, nonostante non ci sia alcuna intenzione di offendere, ma solo di discutere, è alto. 

Noi proveremo oggi a fare una sintesi chiara del dibattito attualmente in corso in Italia e a dire perché nonostante la più onesta apertura mentale e il desiderio di un mondo socialmente più giusto, schwa (ə) e asterisco (*) non possano funzionare. 

I NOSTRI CORSI DI ITALIANO

Maschile o femminile?

Andiamo per gradi, anche per introdurre l’argomento a chi ci segue da fuori Italia e non sa di cosa stiamo parlando

Se ə, *, U sono le risposte, qual è la domanda? Bene, il contesto è quello della lingua italiana, che secondo alcuni avrebbe una grammatica che tende a due gravi colpe: da una parte quella di essere troppo maschilista, e dall’altra di escludere addirittura tutti coloro che non si riconoscono nei due generi previsti dalla grammatica italiana: il maschile e il femminile. 
Facciamo degli esempi- alcuni mestieri, specialmente lavori di prestigio come sindaco, architetto, ministro, sono stati finora generalmente declinati al maschile. Per cui fino a qualche anno fa era normale sentir dire “avvocato Maria Rossi”, invece di avvocata, sindaca, etc…

Su questo punto, che è il più semplice concettualmente da affrontare, dico subito che sono d’accordo e non ho alcuna obiezione: se una parola può essere declinata al femminile, perché non farlo? Per cui ben vengano tutte le ministre, architette e le sindache del mondo. 

Il maschile sovraesteso

Ma è nei successivi punti che invece ho qualcosa da ridire. E il primo è questo: all’interno di questo dibattito vi è una fazione piuttosto attiva che ha fatto notare come in italiano, se vogliamo riferirci a un gruppo di persone che comprendono sia uomini che donne, si utilizzi quello che viene chiamato maschile sovraesteso. Dunque, due studenti maschi sono studenti, due studentesse femmine sono studentesse e uno studente maschio e una studentessa femmina sono due studenti. Usiamo la parola maschile estesa a tutto il gruppo. Dunque l’italiano è inclusivo o esclude?

E i non binari?

La questione è giunta a dimensioni di livello nazionale e il dibattito si è fatto ancora più agguerrito quando qualcuno ha fatto notare come l’italiano, avendo una grammatica basata su due generi, il maschile e il femminile, di fatto non dia alle persone non binarie un suffisso grammaticale in cui riconoscersi, e pertanto non sia inclusivo. E chi sono le persone non binarie? Sono coloro che non si identificano in uno dei due classici generi sessuali, uomo e donna. E dunque io, uomo, sono italianO, Chiara, donna, è italianA, e Giovanni, che non si sente né uomo né donna, è italian… come posso terminare questa parola? E allora ci si è messi a pensare, a riflettere su una soluzione che potesse accontentare tutti e farsi valere su più fronti: combattere il maschilismo imperante della lingua italiana e accogliere le minoranze ostracizzate dalla grammatica. 
Le proposte sono state molte e varie e io vi riporto ora solo quelle cha hanno fatto più parlare di sé.

Frasi esaustive, u e asterisco per un linguaggio inclusivo

La prima idea è stata quella della frase esaustiva: se dire CIAO A TUTTI non va bene perché tutti è maschile ed esclude le donne, allora bisognerà dire CIAO A TUTTI E A TUTTEMa questo non è abbastanza, perché discrimina chi non si sente né uomo né donna.
Ed ecco che è stata avanzata la proposta di usare la -U come suffisso dedicato a chi non si riconosce nel maschile e nel femminile: quindi CIAO A TUTTI, A TUTTE E A TUTTU

Un’altra soluzione portata al tavolo è quella dell’asterisco. Infatti se il problema è la terminazione di una parola, perché non tagliare direttamente la parola finale? Dunque CIAO A TUTT* e ognuno lo completa come preferisce. 
C’è solo un piccolo intoppo. L’asterisco non ha alcun suono, non lo si può pronunciare. Rischia di rimanere perciò recluso nell’ambito della scrittura. Non potendolo usare nel parlato, quindi non avrà mai un effetto decisivo. 

Arriva lo schwa!

A questo punto una folgorazione. Perché non prendere un suono totalmente diverso, che non esiste nella lingua italiana e utilizzarlo? Entra in scena lo SCHWA per tentare di rendere l’italiano più inclusivo! Si tratta di una vocale, come a, e, i, o, u, che si pronuncia tenendo le labbra a riposo, senza deformare la bocca. Lo ə viene rappresentato da un simbolo simile a una e minuscola rovesciata. ə.
Perciò se dovessi salutare salutare le persone che mi leggono direi: ciao a tuttə.

 

Cosa penso di queste soluzioni?  Lasciatemi premettere una cosa: viviamo oggi in un mondo che i social network hanno reso isterico e dove la parola dialogo è stata cancellata dal vocabolario mentale della maggior parte delle persone. Quindi questo è il momento in cui metto le mani avanti, perché oggi è necessario specificare che non ho con il mio discorso nessun discorso di offendere o discriminare nessuno. Sto solo ragionando, da insegnante di italiano, su un argomento, senza alcuna presunzione di verità e resto aperto alla possibilità di cambiare idea in ogni momento, se questa dovesse convincermi e soprattutto se fosse ben argomentata, perché non si ragiona con i like. 

Lo schwa, la u e l'asterisco funzionano? No.

Ho due tipi di obiezione: una dal punto di vista più particolare e pratico, l’altra invece più concentrata sul contesto generale e culturale che questo discorso sottintende. 
Partiamo dal lato che ci tocca più da vicino, cioè quello della praticità e della funzionalità. In una parole, della fattibilità. E lo dico francamente: asterisco, u e schwa non funzionano. Non funzionano non per l’idea, ma per come è strutturata la lingua italiana. Mi pare che chi sostiene queste soluzioni non abbia una visione d’insieme dell’italiano. Esempio: non limitiamoci ai sostantivi, ma allarghiamo il discorso agli articoli. Come funzionerebbe ora?
Gli amici diventa * amic*? Se il problema è che la terminazione in -i fa pensare al maschile, allora lo stesso problema c’è con l’articolo “gli”, che va sostituito, in quanto articolo maschile. E con lo schwa sarebbe ə amicə? E quale suono usiamo per la C? Quello duro di “amiche” o quello dolce di “amici”? Dunqua amichə o amicə? E ancora attorə o attricə?

Non funziona, non funziona. Bisognerebbe cambiare tutta la morfologia della lingua italiana, a tavolino, e poi imporla agli italiani affinché la usino, perché poi lì sta il problema: la gente non usa lo ə perché non si accorda con le regole dell’italiano. E se non lo usa, lo ə non entrerà mai nell’italiano. Rischia quindi di essere usato solo da un ristretto numero di persone e in contesti eccezionali, rendendolo di fatto un gergo. E cos’è un gergo? è una lingua usata in un ambiente ristretto ed esclusivo. Una lingua che, come fa notare il filosofo Rick DuFer, esclude tutti quelli che non la riescono a usare. Siamo al paradosso: il tentativo di lingua inclusiva diventa uno strumento che esclude chi non riesce a utilizzarla. Esclude coloro che tentano di applicare la grammatica correttamente e coerentemente ed esclude poi tutta una categoria di persone come i dislessici e gli anziani che verranno pertanto discriminati dal linguaggio inclusivo perché non in grado di gestire questa novità

L'italiano è una lingua transgender

Detto questo: ampliamo i nostri orizzonti e soffermiamoci su un panorama più generale. L’italiano è davvero una lingua maschilista e discriminatoria, una lingua non inclusiva? La risposta è no, non lo è. La lingua è uno strumento, come un coltello, e il coltello può essere un aiuto incredibile o un mezzo per fare del male. Ma il coltello in sè, come strumento, non è né buono né cattivo. Vedere la lingua italiana come qualcosa di discriminatorio dice molto più di noi, che della lingua.  Ma iniziamo chiarendo un concetto: i generi grammaticali non sono i generi sessuali. Questo è il primo errore che viene fatto asserendo che la lingua italiana discrimina. 

Ascoltate questo esempio: io sono una persona. Persona è femminile, ma non significa che io sia una donna. Maria è un essere umano. Essere umano è maschile, ma significa forse che Maria è un uomo? Certo che no. E la parola genitori? Dovrebbe intendere solo i papà, allora, essendo maschile, ma non è così. Per non parlare del mio amico Luca e della mia amica Clio. 

E potrei fare mille esempi che testimoniano come il genere grammaticale non c’entri nulla con quello biologico. 

Forse per terminare tutto questo dibattito basterebbe chiamare il genere maschile e femminile genere A e B, ma, spoiler, no. Perché il problema è questa attuale tendenza a vedere qualcosa di offensivo in tutto, e perciò si dirà, A è meglio di B. Il genere B è discriminato perché la lettera B viene  dopo la A. 

Un circolo senza fine che trascende o evita di proposito i veri problemi della nostra società. 

Dirò di più! Una provocazione, ovviamente, ma l’italiano è l’unica lingua transgender che io conosca, piena di parole che da maschili diventano femminili. Ginocchio, ginocchia, uovo, uova, braccio, braccia, etc… più aperto di così?

Bene, è tutto per oggi. Spero che questo blog vi sia piaciuto e che abbiate trovato dei buoni motivi per studiare l’italiano! Io sono Pietro, di Italiano Avanzato. Seguiteci qui e su Instagram, ma potete anche ascoltare i nostri podcast su Youtube e Spotify! Infine, se credete nel nostro progetto, sosteneteci su Patreon.

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